Traces, Fragments, Remains / Traces, Fragments, Restes

« […] nous entendrons pour finir que ce sont là des modes nouveaux de la
connaissance, les feuillages qui indiquent la trace, la voix qui tremble à la
surface de l’eau. Toute cette œuvre est en suspens – comme l’est souverainement
notre pensée du monde » (Glissant, Faulkner, Mississipi, p. 263)

From the 28th to 30th of March 2013, I will be attending a very important conference in Atlanta (USA), entitled Traces, Fragments, Remains 20th and 21st Century French and Francophone Studies International Colloquium. The program is huge and exciting, as you can see on the website, and they will guest such speakers as Geoffrey Bennington, Michel Deguy and Pascal Quingnard.

I will give a paper on the subject of ‘the trace’: L’errance violente du poème’: the ambivalence of the Trace in Édouard Glissant, where I will focus on the ambivalent structure of the conceptual metaphore of ‘the Trace’ in Glissant, both in his theoretical essays and in his novels.

Atlanta skyline

Atlanta skyline

Here is the call for papers of the conference:

‘La question du fragment est par nature celle de l’énigme. Chez de nombreux écrivains contemporains, c’est le reste ou la trace qui oriente l’appréhension du monde, suscite l’écriture, et hante l’espace littéraire. Certes, le réel, discontinu et  fragmenté, incite à une herméneutique. Mais tout récit n’est-il pas aussi, a priori, un montage de fragments dont l’écrivain a voulu interrompre l’interruption, effacer les limites ? L’écriture serait alors pensée de l’oubli, de  l’interruption, de l’ordre brisé, de l’équivoque, du disloqué, du décousu, de  ce dont l’écrivain garde la mémoire, ce rêve de la trace originelle, unique,  qu’il tente de ressusciter au-delà de la résistance qu’elle lui oppose.

L’objet de ce colloque est donc de s’interroger sur la question de la trace, du fragment, du reste, et des rapports qu’ils entretiennent  avec l’imaginaire. Il s’agit  de réfléchir sur la trace originaire, unique et énigmatique, qui motive le  geste d’écriture, et de voir alors ce qui s’ouvre dans cet intervalle de  l’écriture où cette trace reste irréductible et innommable: Qu’est-ce qui  pousse l’artiste à écrire, peindre, filmer, pourchasser l’invisible ? La littérature  est-elle une traversée de restes ? En quoi le livre  peut-il être conçu comme passage, trace ou dépôt de quelque chose qui  s’est passé, qui est passé? Tout livre est-il nécessairement une promenade de  spectres ? D’où écrit-on ? L’écriture du fragment est-elle une écriture  du manque, de l’intangible ? Quelle est la valeur heuristique de la trace, du reste, du fragment et  de l’inscription dans leur rapport avec la question de l’origine et de l’absence?’

University of Birmingham Arts and Science Festival

Next week (Monday 18th – Sunday 24th of March 2013), the annual Arts and Science Festival will take place at the University of Birmingham. It’s a really exciting opportunity for dissemination of research and other outreach activities that intend to reach a larger public of non-experts. And it’s a good opportunity for me, too, to discover what is going on in other Departments of the University, to meet other researchers and colleagues and discuss about our projects, ideas etc. Inside the festival, Dr Louise Hardwick will present a very beautiful film by the Haitian writer Dany Laferrière, “The Sweet Drifting of a Child of Petit-Goâve” (2010), that “follows the journey of globetrotting author Dany Laferrière as he visits Montreal, Paris, New York and Haiti. An essential insight into the life of a contemporary author, this is also a film about travel, exile, Haiti, Canada, compassion and a love of literature”. The event will take place on Monday 18th March 2013 (16.00 – 18.15) in the Muirhead Tower G15 (R1 on map). Come and join us!

La dérive douce d’un enfant de Petit-Goâve, Film Poster. Image courtesy Pedro Ruiz

La dérive douce d’un enfant de Petit-Goâve, Film Poster. Image courtesy Pedro Ruiz

A review of “La Lézarde” by Glissant, published on the Italian newspaper “il manifesto”

Last week, I was invited to publish a review of the Italian translation of Glissant’s first novel, “La Lézarde” (1958), on the Italian newspaper “il manifesto“, with which I collaborate. Below, you can read the full text in Italian and download a pdf version of the article:

lézarde

«Nascere al mondo è di uno splendore estenuante». Con queste parole nel 1956 il grande scrittore e intellettuale caraibico Édouard Glissant esprimeva tutta la necessità e la sofferta intensità che segnarono la stagione delle indipendenze e delle lotte anticoloniali: un momento carico di speranze, di rischi e di progettualità, che vede il tramonto dell’imperialismo europeo, per lo meno nella sua versione coloniale, e la repentina apertura al mondo di quei popoli che per secoli erano stati soggiogati, sterminati o ridotti al silenzio.

Sono parole tratte da Soleil de la conscience, un’opera di sorprendente originalità formale e intensità poetica e intellettuale, che riesce a fondere poema in prosa e poesia, diario di viaggio e riflessione filosofica sui temi dell’erranza, della conoscenza, del paesaggio, dell’alterità e del razzismo. Glissant stesso definisce il suo itinerario di autocoscienza come un’“etnografia di se stesso”: l’avvio di un lussureggiante percorso di scrittura, che per oltre cinquant’anni lo condurrà a una paziente decostruzione dello sguardo alienante dell’Altro, assorbito col passare del tempo dal colonizzato, e all’elaborazione faticosa di un linguaggio proprio, che consenta al singolo e alla comunità di articolare un rapporto autonomo e responsabile con la propria terra e col mondo intero. «Il grido del mondo», scrive ancora Glissant, «deve farsi parola»: non per diluire l’intensità folgorante della rivolta, ma per cercare dei modi di articolare l’incontenibile volontà di dirsi e di essere riconosciuti con una reale progettualità politica, disponibile all’incontro fecondo con la differenza.

Due anni dopo, nel 1958, Glissant pubblica il suo primo romanzo, La Lézarde, aggiudicandosi il prestigioso Prix Renaudot. Dieci anni prima aveva lasciato il suo paese natale, la Martinica – che nel 1947 aveva ottenuto, grazie all’azione politica di Aimé Césaire, lo status di “Dipartimento d’Oltremare” – e si era recato per la prima volta a Parigi per completare i suoi studi superiori in filosofia ed etnologia. Quest’esperienza si rivelò una formidabile e sconvolgente iniziazione a un ambiente culturale e politico a dir poco ribollente: erano gli anni dell’engagement sartriano, dell’apogeo dell’esistenzialismo e della fenomenologia, dell’affermarsi dello strutturalismo. Erano anche gli anni di un intenso sperimentalismo artistico e letterario, dove gli esiti più radicali del linguaggio poetico simbolista e surrealista incontravano le neo-avanguardie del nouveau roman e il rifiuto della tradizione realista.

Numerosi studenti, intellettuali e poeti di origine africana e afroamericana confluivano nella capitale, attorno a riviste come Présence Africaine, per affrontare i temi della negritudine e del rapporto tra le forme artistiche e le lotte anticoloniali. Solo pochi anni prima, il celebre Orfeo nero di Sartre, che introduceva l’antologia della poesia negra curata da Senghor, aveva aperto in via definitiva una nuova stagione letteraria e culturale, che culminerà con la pubblicazione dei Dannati della terra di Fanon nel 1961 e con l’impegno di tanti, tra cui lo stesso Glissant, per l’indipendenza dell’Algeria.

È questo il crogiuolo culturale e politico in cui apparve La Lézarde –tradotto in italiano per Jaca Book da Geraldina Colotti e Marie-José Hoyet e accompagnato da un’appassionata prefazione di Claudio Magris. Si tratta di un’opera eccezionale e al tempo stesso spaesante, per il coraggio e la forza espressiva che prendono forma in un linguaggio radicalmente nuovo, che al tempo stesso si cerca e sceglie con grande consapevolezza di abbandonare gli schemi e le forme di un facile realismo impregnato di ideologia. La Lézarde è il nome di un fiume che attraversa la Martinica, piccola isola dell’arcipelago caraibico abitata in gran parte da discendenti degli schiavi africani che vi furono deportati per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Il fiume nasce ai piedi del vulcano Pelée, nel nord del paese, e percorre le morne, le montagne dell’interno rivestite di una fitta vegetazione tropicale, per raggiungere la piana di Lamentin, avvolgendo tra le sue anse le piccole città della costa e raggiungendo infine il mare dei Caraibi, sfociando in un fitto intrico di mangrovie.

I protagonisti del romanzo sono un gruppo di giovani militanti, tra cui spiccano l’intellettuale Mathieu e l’agguerrita e sensibile Mycéa. Essi decidono di affidare a Thael, sceso dalle montagne dove vive isolato in compagnia dei suoi cani e del gregge, il difficile ma necessario compito di assassinare il “rinnegato” Garin. Quest’ultimo, un funzionario inviato dalla madrepatria, sta pianificando l’ennesimo progetto di dominio e di sfruttamento del territorio attraversato dal fiume, mettendo a rischio la loro lotta e il processo di liberazione e di emancipazione in atto nel paese.

L’elemento romanzesco e la trama politica non esauriscono però l’intento più profondo dell’opera, che è invece quello di nominare il paese e di coglierne gli elementi più nascosti, l’inconscio della terra: «Storia della terra che si sveglia e si allarga. Ecco la misteriosa fecondazione, il nudo dolore. Ma si può nominare la terra, prima che l’uomo che la abita si sia alzato?». L’effetto di realtà è continuamente sospinto verso un “effetto di poesia”, in cui si alternano e s’intersecano i registri lirici, epici e tragici.

Il vero protagonista è così il paesaggio, non nei suoi tratti realistico-descrittivi, che potrebbero facilmente tingersi di un insidioso esotismo, quanto nelle sue profonde valenze simboliche e mitologiche. Il fiume, che Thael percorrerà assieme al suo antagonista nella parte centrale del romanzo, è il simbolo di un percorso d’iniziazione che congiunge lo spazio ancestrale della leggenda – le montagne e la foresta, un tempo abitate dagli schiavi fuggiaschi e che custodiscono un passato di atroce sofferenza, tragicamente consegnato all’oblio – col presente della lotta e dell’impegno, simboleggiate dalla città.

Questo percorso, però, si rivela tutt’altro che lineare e spingerà i personaggi a sparpagliarsi in direzioni diverse, separandosi e ritrovandosi più volte. La loro erranza diventa così una continua scoperta del paese reale, nei suoi aspetti magnifici e dolenti e, al tempo stesso, la sua incessante creazione, attraverso la parola e l’ascolto.

Alla fine il sacrificio sarà compiuto, ma non porterà a nessun facile trionfo. Al contrario, esso spalancherà un ulteriore abisso, rappresentato dall’immensità abbagliante e violenta dell’oceano: una febbrile apertura, che espone una ferita ancor più profonda e che sarà destino percorrere fino al suo fondo. «La grandezza, quindi, è di aver gridato verso il mondo», afferma uno dei personaggi nelle ultime pagine. «Questo popolo, così stretto nelle sue isole, così abbandonato, ricacciato sotto il manto del disprezzo e dell’oblio, è venuto al mondo». La tragedia del finale e la partenza del giovane narratore, cui è affidato il compito di scrivere la storia “come un poema”, ci trasmettono un senso di sospensione e un’opacità fondamentale, che Glissant non cesserà di scavare nelle sue opere a venire e che lo porterà a elaborare, a partire dagli anni ’80, una sontuosa poetica barocca della Relazione e del Tutto-mondo.

pdf: review_la_lézarde

Professor Chris Bongie’s lecture on Baron de Vastey

Last week I attended a lecture by Professor Chris Bongie (Queen’s University, Ontario), one of the leading scholars in Francophone Caribbean Literature. The lecture took place in the beautiful Magdalen College in Oxford, and was organised by Dr Toby Garfitt. It was a very interesting paper and discussion about Baron de Vastey (1781-1820), ‘the first Haitian intellectual’ as Bongie defines him: a writer and politician who was very close to Jean-Jaques Dessalines and, after his death, to the famous king Henri Christophe. He wrote a lot of political and historical essays, among which Le Système colonial dévoilé (1814). Bongie’s paper was a very close and critical analysis of this text, proposing some important links with the more mainstream postcolonial thought. An English translation of this important and quite unknown text is forthcoming for Liverpool University Press in spring 2014, with supplementary essays by Bongie himself, Marlene Daut, Doris Garraway and Nick Nesbitt.

Baron de Vastey, 'The Colonial System Unveiled'

Baron de Vastey, ‘The Colonial System Unveiled’