Dispositivi di cattura e processi di soggettivazione nella metropoli contemporanea. Una riflessione di Giorgio Agamben

Here is a review of Giorgio Agamben’s What is an Apparatus, which I originally published in 2006 on the on-line journal of Intercultural Studies Trickster.

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Nel vuoto teorico e concettuale che sembra impedire oggi una riflessione approfondita e innovativa sui meccanismi di funzionamento, di governo e di potere della metropoli e di articolare di conseguenza delle strategie politiche di conflitto e di rottura che siano in grado di bloccarne gli ingranaggi, il paradigma del dispositivo, elaborato da Michel Foucault soprattutto ne La volontà di sapere (1976), è oggetto recentemente di una rinnovata attenzione e di una serie di rielaborazioni teoriche costruttive.

In un agile libretto pubblicato recentemente da Nottetempo, Che cos’è un dispositivo? (Roma: I sassi – Nottetempo, 2006, pp. 35) il filosofo Giorgio Agamben si interroga su questo concetto, tracciandone una genealogia e soprattutto cercando di oltrepassare il quadro ed il contesto descritti da Foucault, per situarlo in una riflessione politica attuale.

Il concetto di ‘dispositivo’ è di fondamentale importanza nella strategia di pensiero del filosofo francese, a partire soprattutto dagli anni Settanta, cioè da quando Foucault comincia ad occuparsi di problematiche legate alla biopolitica e alla governamentalità. Egli, però, non lo definisce quasi mai con precisione, data la sua stessa natura di insieme eterogeneo che include virtualmente qualsiasi cosa, tanto nell’ambito linguistico che in quello non-linguistico: discorsi, istituzioni, edifici, leggi, misure di polizia, proposizioni filosofiche ecc. Ciò che qualifica un dispositivo è sostanzialmente la rete che si stabilisce tra elementi eterogenei e, soprattutto, la sua funzione strategica concreta, che s’iscrive sempre in una relazione di potere. “Come tale”, afferma Agamben, “risulta dall’incrocio di relazioni di potere e di relazioni di sapere” (p. 7).

Con metodo efficace, rigoroso e collaudato, il filosofo italiano rintraccia una genealogia del concetto che gli permette di ricollocarlo nel presente e di elaborare e proporre delle strategie oppositive e di resistenza. Passando attraverso Jean Hyppolite (maestro di Foucault), Agamben risale ai concetti di destino e di positività nella filosofia della Storia di Hegel. In particolare, il termine “positività”, che Foucault utilizza nella sua prima produzione e che sostituirà poi con “dispositivo”, gioca un ruolo centrale nel pensiero del filosofo tedesco, soprattutto nell’opposizione fra “religione naturale” e “religione positiva”. Senza soffermarci qui sulla problematica hegeliana, la “positività” è “il nome che, secondo Hyppolite, il giovane Hegel dà all’elemento storico, con tutto il suo carico di regole, riti e istituzioni che vengono imposti agli individui da un potere esterno, ma che vengono […] interiorizzati nei sistemi delle credenze e dei sentimenti” (p. 11). Ci troviamo chiaramente di fronte alla tematica centrale di tutto il pensiero di Foucault, ossia l’investigazione del rapporto tra l’individuo come essere vivente e l’elemento storico, inteso come l’insieme delle istituzioni, dei processi di soggettivazione e delle regole in cui si concretizzano le relazioni di potere. Riassumendo, quindi, nell’uso foucaultiano il termine “dispositivo” indica un insieme di pratiche e di meccanismi che hanno lo scopo di far fronte ad un urgenza e di ottenere un effetto più o meno immediato.

La riflessione di Agamben, però, prosegue oltre, riallacciando la genesi di questa strategia alla genealogia teologica dell’economia. La parola greca oikonomia, ci ricorda il filosofo, significava l’amministrazione dell’oikos, ossia della casa e quindi, più in generale, gestione, management, governo degli uomini e delle cose. Si tratta perciò di un’attività pratica che cerca di far fronte ad un problema e ad una situazione particolari. Senza seguire nel dettaglio l’articolata riflessione di Agamben, in breve egli afferma che i padri della Chiesa introdussero il termine oikonomia nel discorso teologico per significare l’affidamento da parte di Dio a Cristo, e quindi alla Chiesa, dell’amministrazione e del governo della storia degli uomini, senza perdere, per questo, la dimensione trascendente del divino. “L’oikonomia divenne così il dispositivo attraverso cui il dogma trinitario e l’idea di un governo divino provvidenziale del mondo furono introdotti nella fede cristiana” (p. 17). E infatti, conclude Agamben, il termine dispositio, da cui deriva il nostro “dispositivo”, traduce nei testi dei padri della Chiesa proprio la provvidenza divina e viene ad assumere su di sé tutta la complessa sfera semantica dell’oikonomia teologica.

Il concetto di dispositivo, così come lo usa Foucault, è in qualche modo connesso con questa eredità teologica, nominando ciò in cui e attraverso cui si realizza una pura attività di governo senza alcun fondamento nell’essere, un governo puramente immanente e slegato dalla trascendenza della sovranità. Per questo i dispositivi devono sempre implicare un processo di soggettivazione, devono sempre, cioè, “produrre il loro soggetto”. La filosofia del novecento ha indagato sotto vari aspetti i processi di soggettivazione, ma uno dei punti comuni riguarda proprio l’impossibilità di porre la questione del soggetto in termini di essenza, in quanto esso implica un’idea di divenire e di processo, nel quale si esprime un movimento verso lo stato di soggezione e di soggettività. Per Lacan, ad esempio, il soggetto non è mai originario, ma esiste come effetto di ritorno della parola che lo costituisce in un universo simbolico di discorso e di istituzioni. Per Foucault, d’altro canto, il soggetto non preesiste alle pratiche sociali nelle quali è inserito e si costituisce in e attraverso i giochi di verità e le relazioni di potere che attraversano un dato campo sociale. “Foucault ha mostrato come”, afferma Agamben, “in una società disciplinare, i dispositivi mirino attraverso una serie di pratiche e di discorsi, di saperi e di esercizi alla creazione di corpi docili, ma liberi, che assumono la loro identità e la loro ‘identità’ di soggetti nel processo stesso del loro assoggettamento” (p.29). In quanto macchina che produce soggettivazioni, dunque, il dispositivo è anche una “macchina di governo”.

Una volta poste queste premesse, Agamben propone di situare i dispositivi in un nuovo contesto, per mezzo di una “generale e massiccia partizione dell’esistente in due grandi gruppi o classi: da una parte gli esseri viventi (o le sostanze) e dall’altra i dispositivi in cui essi vengono incessantemente catturati”, ossia da una parte “l’ontologia delle creature e dall’altra l’oikonomia dei dispositivi che cercano di governarle” (p. 21). Così, nella sua prospettiva ancora più ampia rispetto a Foucault, rientra in questa categoria “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi” (p. 22), non solo le istituzioni disciplinari (prigione, scuola, ospedali ecc.), ma anche la penna, la sigaretta, il computer, il cellulare, la letteratura, il linguaggio stesso. In questo quadro si distinguono dunque due grandi classi: gli esseri viventi e i dispositivi, e fra loro si trova il soggetto, inteso come prodotto della relazione, o meglio, del “corpo a corpo” che si produce in continuazione tra i viventi e i dispositivi. “Alla crescita sterminata dei dispositivi nel nostro tempo”, afferma Agamben, “fa così riscontro una altrettanto sterminata proliferazione di processi di soggettivazione” (p. 23). Il luogo di questa gigantesca proliferazione e accumulazione di dispositivi e di questo continuo corpo a corpo è proprio la metropoli contemporanea nella sua fase estrema di sviluppo capitalistico postfordista.

Agamben è di recente intervenuto in un seminario organizzato a Venezia da Uninomade, proprio sul tema “Metropoli e moltitudine”, riprendendo alcuni concetti elaborati in questa recente pubblicazione e facendoli “giocare” con le articolazioni dinamiche e conflittuali della metropoli postmoderna. Anche in quest’occasione egli parte dall’etimologia greca del termine “metropoli”, che significava “città madre”, riferendosi al rapporto tra la polis e le sue colonie. Il termine metropoli, quindi, implica e porta con sé l’idea di una massima dislocazione e disomogeneità spaziale e politica. L’isonomia che caratterizzava la polis greca e l’idea di città che ne è derivata in Occidente, è quindi esclusa nel rapporto tra metropoli e colonie e oggi questa disomogeneità si riproduce nel proliferare disordinato del tessuto urbano della metropoli contemporanea. Quest’ultima si va generando, secondo Agamben, parallelamente al passaggio descritto da Foucault tra la sovranità moderna e il biopotere contemporaneo, che è nella sua essenza governamentale. Per capire quindi la metropoli dobbiamo capire quel processo che ha portato progressivamente il potere ad assumere la forma di un “governo degli uomini e delle cose”, ossia di una economia. La metropoli è il dispositivo o l’insieme di dispositivi che prende il posto della città quando il potere assume la forma di un governo degli uomini e delle cose, un biopotere che passa attraverso la natura stessa dei governati, implicando la loro libertà, un potere, quindi, assolutamente immanente. Non siamo perciò di fronte a una crescita o espansione dell’antica città, ma alla nascita di un nuovo paradigma, di cui uno dei tratti caratteristici è appunto il passaggio dall’antica polis, che aveva al centro uno spazio pubblico – un’agorà – alla progressiva depoliticizzazione della metropoli, in cui non è più possibile distinguere ciò che è spazio privato da ciò che è spazio pubblico.

Foucault ha cercato di definire alcuni tratti di questo nuovo spazio metropolitano, segnato dalla governamentalità, vedendovi la confluenza di due paradigmi del controllo sociale che sino ad allora erano rimasti disgiunti, quello della lebbra e quello della peste. Nel primo caso si trattava di “chiudere ed escludere”, nel secondo si creava per la prima volta un modello di sorveglianza, controllo e articolazione degli spazi urbani, un quadrillage del territorio urbano, sorvegliato da intendenti, medici e soldati. Mentre “il lebbroso era preso in una pratica di rigetto e di esclusione, l’appestato è incasellato, sorvegliato, controllato, curato attraverso una complessa rete di dispositivi che dividono e individualizzano, articolando così l’efficacia del controllo e del potere”. Il paradigma della peste segna quindi, secondo Foucault, il passaggio alle forme della società disciplinare. Lo spazio politico della modernità e lo spazio metropolitano contemporaneo sono pertanto il risultato della fusione di questi due paradigmi, per cui si comincia a proiettare sullo schema di esclusione e di separazione della lebbra lo schema di sorveglianza, controllo, individualizzazione, articolazione del potere disciplinare. I fatti di Genova dell’estate 2001 sono un perfetto esempio di applicazione di questi due paradigmi, per cui vengono creati all’interno della città confini e spazi diversi che non hanno il solo scopo di escludere e separare, ma di articolare spazi diversi, di individualizzare spazi e soggetti.

All’interno di questo quadro, come si accennava sopra, assumono un ruolo fondamentale proprio i processi di soggettivazione che risultano dal corpo a corpo tra i viventi e i dispositivi. Non esiste dispositivo senza che avvenga un processo di soggettivazione, in cui il soggetto assume pienamente la sua doppia valenza di soggettivazione, ossia di creazione di un’individualità, e di assoggettamento ad un potere esterno. Inoltre, i dispositivi moderni non implicano soltanto una creazione di soggettività, ma in ugual misura anche dei processi di desoggettivazione e quindi di cattura totale nella macchina governamentale. La metropoli, in questo quadro, andrebbe quindi vista come uno spazio in cui è in corso un immenso processo di creazione di soggettività, un immenso corpo a corpo tra il vivente e i dispositivi che lo governano. La nostra analisi e la nostra conoscenza della metropoli, suggerisce Agamben, dovrebbe proprio rivolgersi non solo ai suoi aspetti sociologici, seppur importanti, ma ad un piano quasi ontologico, in cui è in questione spinozianamente la capacità di agire dei soggetti, il suo aumento o la sua diminuzione come risultanti delle relazione sopra descritta. L’esito dei conflitti in atto nella metropoli dipenderà, secondo Agamben, proprio dalla nostra capacità di intervenire e di agire sui processi di soggettivazione, di articolare nuove strategie di profanazione dei dispositivi, cioè di creazione di controdispositivi capaci di operare una “restituzione all’uso comune di ciò che è stato catturato e separato in essi” (p. 34). L’obbiettivo del conflitto nella metropoli è dunque quello di portare alla luce quel punto di ingovernabilità su cui può far naufragio il potere come governo, “quell’Ingovernabile che è l’inizio e, insieme, il punto di fuga di ogni politica”.

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Post Scriptum: il film del 1996 di David Cronemberg, Crash, tratto dal romanzo di J. Ballard del 1973, è, a parer nostro, una splendida ed estremamente provocatoria rappresentazione di questo corpo a corpo tra la carne ed il dispositivo, la cui capacità di provocazione, tragica, gelida e grottesca al tempo stesso, scaturisce proprio dalla collisione orgasmica dei dispositivi di sessualità e di tecnologia.

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